• claudia annechini

Un’escalation di emozioni e sensazioni “guidate”, sala dopo sala, passo dopo passo.



Valeria Barbieri, HR ed Antropologa.

Parlaci di te.

Sono Valeria Barbieri, HR di professione, Antropologa di passione.


Di quale museo ci vuoi parlare oggi?

Vorrei parlarvi del "Memoriale delle Vittime del Massacro di Nanchino da parte degli Invasori Giapponesi", nato alla fine del secolo scorso per ricordare il Massacro di Nanchino del 1937. Questo evento storico in generale, e la ritrattazione della memoria come strumento di propaganda e identità del popolo cinese in particolare, sono stati oggetto di studio e ricerca della mia tesi magistrale all'Università di Bologna. Sono stata a Nanchino per qualche mese verso la fine del 2016 e ho avuto modo di recarmi al memoriale in diverse occasioni per provare a sviscerarne i contenuti e ad osservarlo con occhio “scientifico”.


Quale oggetto esposto ha catturato maggiormente la tua attenzione?

Non c'era stato un oggetto in particolare che avesse catturato maggiormente la mia attenzione al tempo, non perché non ce ne fossero per niente, ma perché il memoriale non contiene al suo interno reperti artistici o archeologici, ma documenti, testimonianze, suddivisi in diverse aree, in cui ciascuna ha uno scopo ben preciso: informativo, documentativo, commemorativo, celebrativo. Ciascuna con un messaggio differente e con un impatto più o meno forte nello spettatore, in quel caso in me. Senza dubbio la grande statua che si trova appena varcata l’uscita della metropolitana è drammaticamente spettacolare, quasi impressionante. Rappresenta una donna che sorregge il corpo senza vita di un bambino (presumibilmente suo figlio) e che, con il viso rivolto verso il cielo dal dolore, sta per collassare su sé stessa. Lo stesso direi delle altre statue che si trovano alla destra del corridoio prima di varcare l’ingresso al parco tematico. Sono otto statue a grandezza naturale in rame, dello scultore di Nanchino Wu Weishan, i cui basamenti poggiano su uno specchio d'acqua. Sono otto persone “comuni”: un monaco, una donna incinta, un adolescente che trasporta il cadavere di un’anziana, un uomo di mezza età che aiuta la madre ottantenne a camminare, un bambino che piange e altri personaggi protagonisti e vittime innocenti del massacro. Le figure sono modellate a mano libera e appaiono oppresse da un'aura di dolore e morte che le circonda e soffoca anche il fruitore; l’immaginazione del loro movimento, a pelo d'acqua, mi aveva suscitato una sensazione di impotenza e angoscia della situazione. Mi sono sentita schiacciata e incapace di poter fare qualcosa. Tutto questo “mix” di sensazioni e forti emozioni, e pensare che non siamo ancora entrati fisicamente dentro il memoriale.



Hai imparato qualcosa di nuovo?

Ho avuto modo di osservare più da vicino come il Memoriale del Massacro di Nanchino facesse parte di quell’insieme di nuovi musei e memoriali sorti in Cina grazie alla Campagna di Educazione Patriottica, che riproducono la storia moderna del paese. La loro istituzione rappresenta il modo più efficace di diffondere, attraverso i visitatori, il nuovo senso di identità nazionale e appartenenza al popolo cinese. Il Memoriale del Massacro, nello specifico, è sì un monumento per ricordare, ma soprattutto un monumento pedagogico che si inserisce nelle politiche di costruzione dell’identità nazionale cinese: il dolore, il passato di Nanchino e la sua memoria sono funzionali all’identificazione collettiva del popolo, che nei “soprusi”, di cui la propria nazione è stata vittima, si riconosce, proiettandosi in un futuro di pace universale.




Ti sei sentita coinvolta emotivamente dai contenuti della mostra?

Assolutamente. Diversi elementi stilistici, simbolici, linguistici, e architettonici presenti all’interno del memoriale hanno permesso che qualsiasi visitatore si possa sentire parte sia del dolore e della tragedia, sia della sacralità e della volontà di pace con cui il memoriale si conclude, indipendentemente dalla religione o dalla nazionalità di chi entra nel memoriale. All’ingresso del memoriale è presente una croce, simbolo della cristianità, che non fa parte della cultura cinese tradizionale, ma che è funzionale all’inserimento degli eventi di Nanchino in un universo condiviso e inclusivo, non riservato solo ad una determinata cultura, religione e nazionalità. Ricordo che questa scelta mi aveva colpito parecchio.


Hai visitato la mostra da sola o con qualcuno?

L'ho visitato più volte da sola in modo da cogliere sfumature diverse ogni volta e devo dire che mi sono trovata bene nella mia "solitudine", forse perché non erano visite di piacere le mie e avevo bisogno dei miei ritmi per osservare/analizzare o semplicemente riflettere. Solo una volta l’ho visitato con un’altra persona: mia madre era venuta a trovarmi a Nanchino durante il mio periodo di ricerca ed ero curiosa di vedere cosa ne pensasse lei dei contenuti del memoriale. Ricordo che più volte si era dovuta coprire gli occhi perché alcune fotografie disseminate qua e là per le varie sale erano molto crude. Io ormai avevo sviluppato una sorta di assuefazione, reduce da documentari, film, e minuziose descrizioni dei testimoni sopravvissuti che avevo letto, visto e studiato per la mia tesi. Anche con mia madre mi ero trovata bene, perché la conosco e, come me, ama i musei e le mostre in generale. Non è una di quelle persone che sbuffa appena entrate o che prova una sorta di “insofferenza”. Solitamente, dunque, non fa differenza per me visitare una mostra da sola o con qualcuno…anzi, mi piace avere poi un confronto aperto e uno scambio di sensazioni con chi mi accompagna. Sicuramente le persone con cui entro in un museo/memoriale devono essere persone interessate, curiose e aperte di mentalità, soprattutto rispettose dei miei ritmi all'interno di questi spazi (generalmente lenti).


Cosa hai pensato riguardo l’ architettura del museo?

Il materiale principale con cui è stato progettato e costruito il memoriale è il granito, perché l’intento degli architetti era quello di rendere l’ingresso del memoriale analogo all’ingresso di una tomba e, con le poche luci disseminate qua e là, l’atmosfera è (volutamente) cupa e opprimente. Tuttavia, l’intera area del memoriale comprende degli spazi all’aperto sia al chiuso, dunque questa sensazione di soffocamento è delimitata solo ad alcune aree. La prima volta che visitai il memoriale fu durante la Festa della Repubblica Popolare Cinese, perché volevo vedere come le masse si approcciano a questi siti, considerati da loro simulacri della loro identità e della loro storia. È festa nazionale e dura una settimana (è chiamata la “Golden Week”) e solitamente i cinesi sfruttano questi giorni per poter visitare altre città. Ricordo di non essermi neanche riuscita ad avvicinare ai diversi pannelli espositivi a causa dell’ingente quantità di visitatori presenti. Per fortuna nelle visite che feci le settimane successive il memoriale era decisamente meno caotico, e i suoi contenuti più fruibili e apprezzabili. L’intera visita al sito è unidirezionale: una volta che entri puoi solo proseguire seguendo le frecce, non c’è il rischio che il visitatore possa “perdersi” alcune sale, scegliendo una stanza rispetto ad un’altra. Il percorso obbligato, che non è interrotto da nessun “punto ristoro”, fa suscitare nel visitatore un’escalation di emozioni e sensazioni “guidate” sala dopo sala, passo dopo passo, rendendo il fruitore pienamente partecipe al dramma del massacro.


Cosa della mostra ti è piaciuto e cosa non ti è piaciuto?

Mi è piaciuto molto la “sacralità” dell’ambientazione che gli architetti sono riusciti a ricreare, grazie ad alcuni spazi esclusivamente dedicati al silenzio e alla contemplazione di questi, in cui il visitatore si spoglia delle sue vesti di “persona che visita” o di “turista”, ma diventa “testimone” (come viene definito anche da Patrizia Violi*) del tragico evento. Ci sono spazi interamente dedicati a questa sorta di “metamorfosi” del visitatore e prendere parte di questa trasformazione è inevitabile. Nel 2016, quando mi recai al Memoriale la prima volta, non c’erano audioguide e, a mio avviso, non c’è bisogno… È un memoriale, e chi vi si reca deve essere un minimo informato di quello che potrà incontrare, o per lo meno sapere all’incirca chi o che cosa il memoriale intende “ricordare”. Con delle audioguide si perderebbe tutto il senso di “sacralità” del ricordo e della perpetrazione della memoria. Lo stesso discorso mi sentirei di fare con eventuali punti ristoro, caffetterie o souvenir shop, che non ho trovato. Non so però se oggi, quasi quattro anni dopo, ci siano state modifiche.


Che sensazioni ti ha lasciato questa mostra?

Ogni volta che varcavo l’uscita del memoriale mi sentivo molto stanca, sovrastata dalle informazioni e dalle immagini presenti all’interno del sito. Mi sentivo sempre anche un po’ emotivamente provata, ovviamente, essendo un memoriale che ha lo scopo principale di ricordare un capitolo tragico di una storia non troppo distante dal presente, un’altra tragedia del XX secolo. Tuttavia, solevo trovare un minimo di conforto grazie all’ultima parte del memoriale, che è lo spazio dedicato alla riflessione, alla meditazione e al messaggio di pace e la speranza che un massacro del genere non debba mai più ripetersi. Questa sensazione è resa possibile grazie all’effetto di luci e l’utilizzo degli spazi, prima ben delimitati e senza luce alcuna, se non quella di centinaia di candele, poi aperti e con la luce naturale che illumina il verde prato che fa da base all’enorme statua bianca di una donna che sorregge un bambino, liberando una colomba. Quando avevo tempo di sedermi sulle panchine per osservarla e godermi il momento, sentivo sempre un senso di quiete e serenità pervadermi.


Definisci che cos'è per te la Museum Experience in tre parole.

Politica, coinvolgimento, emozione.



*Violi, P. (2014).Paesaggi della memoria: il trauma, lo spazio, la storia. Giunti.


  • LinkedIn Social Icon
  • Facebook Social Icon
  • Instagram Social Icon